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Intervista con Mataro da Vergato,

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La vita dell'artista, i collaboratori e la mostra Holy Eros a Bologna fino a 29 marzo 2008

La sua esposizione "Holy Eros", in mostra a Bologna, presso la Galleria Spazio Gianni Testoni LA 2000 + 45 di Via D'Azeglio, 50, inaugurata il 26 gennaio scorso, ha avuto un notevole successo, tale per cui è stata prorogata fino al 29 marzo prossimo. L'artista ci parla di se stesso, delle sue scelte ed influenze artistiche, delle diverse figure che hanno condizionato il suo immancabile gusto artistico.
Abbiamo intervistato insieme a lui la titolare della Galleria Spazio Gianni Testoni di Bologna, la Dott.ssa Paola Veronesi Testoni, per comprendere sotto tutti i punti di vista l'esposizione e la filosofia artistica che verte lungo tutto l'evento.

Ecco a voi l'intervista...


Intervista con Mataro da Vergato

Mataro da Vergato e Alberto Mattia Martini
Quali sono gli aspetti della Sua cultura (studi) e della Sua educazione (famiglia, tradizioni, religione) che a Suo parere hanno condizionato maggiormente il messaggio che dà alle Sue opere?

La mia educazione familiare è stata quella datami da due giovani sposi del dopoguerra che volevano dimenticarla guardando al futuro e al sogno americano. La mia infanzia è passata nel boom economico italiano e l'adolescenza nella primavera idealista e riformista degli anni settanta. Ho cominciato a disegnare e a coltivare l'arte che ero molto piccolo. Mio padre, oltre ad un buon orecchio musicale (aveva imparato a suonare il mandolino da solo), aveva una buona mano nel disegno seppur non avesse fatto nessuno studio. Poi alle elementari l'incontro con il maestro Luigi Croce che essendo pittore ha coltivato questo mio talento insieme a quello del palcoscenico di cui gestiva la programmazione scolastica. Nella scuola infatti c'era un teatro su cui sono salito per la prima volta all'età di sei anni e su cui sono salito per tutti i sei anni delle elementari. Alle medie l'incontro con la Prof.ssa Sarti, insegnante rigorosa e temuta, che mi ha educato alla fotografia. La prima stampa fotografica l'ho vista nascere nel bagno di casa della professoressa. Purtroppo avrei voluto fare gli studi artistici ma non mi fu permesso. Fui spinto a frequentare un istituto magistrale per realizzare il sogno di mio padre che avrebbe voluto diventarlo. Mi sono diplomato già ventenne all'istituto d'arte e poi all'accademia di belle arti di Bologna dopo anni adolescenziali di conflitti familiari e contestazione sociale che mi avevano portato ad uscire bruscamente di casa non ancora maggiorenne e intraprendere la vita che volevo. Mio padre nonostante fosse un uomo talentuoso e un artigiano formidabile, era assolutamente contrario a che io diventassi un artista. L'unica persona in famiglia che appoggiava le mie scelte artistiche era la nonna materna, figura chiave in quegli anni difficili. Donna di profonda religiosità e onestà umana ed intellettuale, capace di sfidare il mondo per le proprie idee e la verità delle cose. L'ho amata moltissimo e la porto nell'anima come un regalo della vita. Come affetto e stima porto al già citato maestro di scuola Luigi Croce (oggi scomparso) al quale devo l'inizio della mia carriera artistica. Un'altra figura ricorrente nella mia giovinezza, anche se involontaria, è quella di Luigi Ontani, mio autorevole compaesano. Conosco Luigi dall'infanzia perché abitava dietro casa mia, nella zona dei miei giochi. Credo sia stato, in quell'adolescenza dove mi si negavano i sognati studi artistici, una delle figure di riferimento ai miei impulsi repressi e ribelli, essendo lui più grande di età ed artista in via di affermazione. In seguito siamo diventati amici, amicizia che continua ancor oggi, nonostante ci si veda molto poco. Quindi aldilà dei talenti genetici, queste le figure, che in qualche modo, direttamente o indirettamente, hanno segnato artisticamente i primi 20 anni della mia vita.

Quali, inoltre, le Sue esperienze di vita (viaggi, incontri e collaborazioni) che maggiormente l’hanno spinta a sviluppare questo stile?

Per quanto riguarda l'HOLY EROS , sicuramente l'esperienza che mi ha maggiormente segnato nelle costruzione di queste opere è il senso teatrale ed architettonico dell'uso del corpo che mi viene dalla danza, che è stata una fondamentale esperienza della mia vita professionale. Tutta la mia ricerca come performer è intrisa del senso plastico e coreografico secondo l'antico concetto greco classico di danza: scultura in movimento. A questo va aggiunto un amore istintivo per l'architettura umana a cui si rifà peraltro anche il grande architetto contemporaneo spagnolo Calatrava, di cui ho avuto il piacere di ammirare il lavoro scultoreo e i disegni preparatori delle sue architetture in una bella mostra alle Scuderie del Quirinale.

 

Come Lei ha dimostrato, l’arte pittorica non è solo fatta di tele e pennelli. Quali crede che siano gli artisti che l’hanno condizionata e condotta in questo Suo tragitto artistico?

Per dirla con le parole della poetessa Patrizia Vicinelli: ...ebbi buoni maestri nel campo dello spirito... e in tutti i campi aggiungo io, dal teatro, alla danza, al canto, al disegno, alla fotografia, fino al computer. Ma detto questo il mio tragitto artistico creativamente è stato un viaggio solitario e di ricerca molto personale, specie quello digitale, perché l'uso del mezzo fotografico, ma soprattutto del computer, è relativamente recente e non solo per me (dopo gli anni '90). Si trattava quindi di entrare in un mondo tutto da sperimentare ed esplorare. Devo comunque molto al mio istinto artistico l'essermi avvicinato in anni non sospetti verso questo mezzo straordinario che è il computer; anche se chiaramente devo ad alcuni amici grafici nei primi anni '90 l'apprendimento dell'abc del computer e l'uso di photoshop, il programma che utilizzo per i miei lavori. Per il resto non essendoci artisti di riferimento (se non rarissimi casi come l'americano Gartel, i cui lavori oggi fanno sorridere per la semplicità di risultato mentre a suo tempo apparivano come risultati incredibili) tutto il mio lavoro è frutto di tentativi ed errori. Questo per arrivare a trovare quella sintesi stilistica e personale tra il mezzo tecnico, l'idea compositiva e l'anima emotiva che fanno di un lavoro creativo un'opera d'arte. Comunque trovo questi miei lavori dell'Holy Eros più opere di ingegno inventivo che di creatività espressiva. Nel senso che appartengono più alla logica umana del calcolo matematico che a quello pittorico della rappresentazione emotiva.

Le è mai capitato di giudicare se stesso con rimprovero come un provocatore, un “rivale” del messaggio religioso, indipendentemente dal parere della critica o di eventuali istituzioni religiose? Se sì, come ha affrontato questo rapporto con se stesso, con la Sua arte ed il Suo messaggio?

Nella provocazione c'è sempre la volontà di andare contro qualcosa in cui comunque si crede o che ci pone un conflitto profondo. Quel conflitto si è risolto all'età di 13 anni, dopo sei mesi di frequentazione quotidiana della chiesa e delle sue funzioni. Non era per me. Io non ho nessun interesse per le religioni in genere e in sé, anche se magari mi affascinano le storie a loro connesse come da bambino mi affascinavano le favole di Andersen o dei fratelli Grim piuttosto che i miti greci o assiro/babilonesi. Ho comunque un profondo senso alla spiritualità, ma è un senso laico che porto nella vita e nell'arte e da queste si nutre e cresce. Per questo l'uso che faccio della religione (cristiana in genere) è sempre molto rispettoso proprio perché è puramente culturale. Ne faccio un segno, come ha fatto Michelangelo nella Cappella Sistina o nelle sue sculture, di puro racconto, di pura storia al pari di un mito greco. Diciamo che faccio un uso paganamente sacro del corpo umano nella sua meravigliosa nudità naturale.

Se dovesse eseguire un’opera per se stesso, quali caratteristiche cercherebbe nel modello o modella e quali aspetti la indurrebbero alla scelta?

I primi lavori digitali del '92 hanno tutti me stesso come modello. Venivo da un lungo periodo di performance, era dunque logico ed inevitabile utilizzare me stesso nella mia acquisita nuova forma artistica che da lì a pochi anni sarebbe diventata la "Pittura Digitale". Quindi il primo lavoro digitale il "MULTI MATARO-TEATRO IMMAGINE" è tutto fatto con l'uso del mio corpo che si compone e si scompone in varie forme tra cui "L'ALFABETO I NUMERI DEL CORPO" che è l'antesignano dell'HOLY EROS. In seguito ho usato me stesso solo in tre opere di cui due autoritratti. Mi piace collaborare con altre persone. Imparo molto dagli altri, specie dai loro difetti. E poi il mio amore per il ritratto non avrebbe senso senza gli altri. La cosa che mi attrae maggiormente negli altri è la capacità di essere se stessi. E per questo ci vuole molto coraggio come ci vuole molto coraggio per entrare a far parte delle mie opere.

Oggi si parla tanto di “arte spazzatura”, di artisti quotati che, forse senza una precisa filosofia artistica, rappresentano contenuti privi di senso logico. Lei cosa ne pensa? Si tratta di una critica errata?

Di spazzatura ce n'è dovunque (pensiamo alla realtà di Napoli) ma questo è inevitabile quando si consuma e si produce troppo e non c'è smaltimento e riciclaggio. Essendo il mercato dell'arte diventato un supermercato, è chiaro che produca anch'esso molti rifiuti, ma sta agli operatori e ai fruitori saper guardare o scegliere fra gli scaffali delle varie mostre o fiere il prodotto cosa potrà un giorno entrare sulla tavola o l'armadio della storia e non nel suo capiente cestino. L'unica cosa che mi sento di dire è di tornare a fare e a guardare l'arte con gli occhi del piacere e del cuore e non solo con quelli delle quotazioni.

Con quale criterio ha scelto le opere ed il messaggio che ha esposto alla mostra?

Loro hanno scelto me. Queste opere sono frutto di 2 anni di lavoro, la conseguenza logica di un percorso artistico produttivo. Non hanno un preciso messaggio se non quello di essere ciò che non si vede.


Pensa che ci sia qualche altro messaggio recondito del Suo lavoro che nessuna critica ha espresso a pieno?

Credo che ognuno troverà il "suo" di messaggio nei miei lavori. Il messaggio sta negli occhi di chi guarda. il mio compito era di farli.

Come mai ha scelto di rappresentare oggetti religiosi utilizzando quasi unicamente corpi maschili?

Per un motivo preciso: perché trovare modelli di sesso femminile per dei nudi e che prendano qualsiasi posizione con la stessa naturalezza con cui camminano, è veramente difficile; mentre gli uomini hanno meno problemi a spogliarsi. Ma non dispero di trovare corpi femminili per i miei lavori futuri.

 

Intervista alla Dott.ssa Paola Veronesi Testoni
Titolare della Galleria Spazio Gianni Testoni LA 2000 + 45 di Bologna

Mataro da Vergato al centro, Paola Veronesi Testoni a sx ed Alberto Mattia Martini a dxMi parli di Lei e della Sua attività, della Sua passione per l’arte e del perché ha deciso di avviare l’attività nella Sua Galleria.

Ho avuto la fortuna di vivere per circa vent’anni accanto ad un artista, Gianni Testoni, mio marito scomparso nel gennaio 2005. Quando l’ho conosciuto ero giovanissima e lui, più grande di me di diversi anni; mi ha presa per mano portandomi in giro per il mondo per farmi vedere tutto ciò che gli esseri umani sono stati capaci di fare, dalla preistoria ai giorni nostri. Mi ha insegnato a guardare le persone, le città, gli oggetti e le opere d’arte. Mi ha fatto capire come pormi delle domande sull’esistenza e sull’intelligenza umana e a cercare le risposte attraverso l’analisi delle opere dell’uomo.
Così come il contadino insegna al proprio figlio l’amore per la terra e per i suoi frutti, io ho raccolto il suo insegnamento, ma se il figlio del contadino non avesse la sensibilità e la cura per i germogli dopo la semina, l’insegnamento del padre sarebbe inutile, così io probabilmente non sarei stata capace di provare amore per l’arte se non ne avessi avuto la sensibilità.
Dopo la scomparsa di mio marito, ho continuato da sola la mia ricerca attraverso la condivisione delle emozioni create dall’arte e dalla creatività degli artisti. Quando mi si è prospettata la possibilità di condurre la ex Galleria 2000 a Bologna, non ho saputo rinunciare, nonostante altri impegni legati alla mia professione di Dottore Commercialista che svolgo dal 1987, e ho intrapreso questa meravigliosa avventura assumendo anche le vesti di Gallerista.

Con quale criterio sceglie opere ed artisti che occupano la Sua Galleria?

Io credo nella professionalità e non nell’improvvisazione, quindi per la conduzione dell’attività in galleria per prima cosa ho ritenuto indispensabile essere affiancata da persone professionalmente preparate e serie. Ho affidato la Direzione Artistica della galleria ad un giovane critico, Alberto Mattia Martini, che pazientemente da ormai più di due anni mi affianca nella valutazione dei vari progetti culturali e nella selezione degli artisti da presentare. Devo dire che, nonostante la costruttiva dialettica intercorsa tra me e il mio Direttore Artistico, abbiamo sempre condiviso le linee culturali proposte.
Innanzitutto abbiamo cercato di offrire al pubblico tematiche su cui poter discutere e quindi abbiamo cercato il confronto con il pubblico attraverso proposte di artisti che operano con riferimenti sociali, quali Michelangelo Pistoletto con Love Difference, Giovanni Sesia con la sua ricerca storico-sociale sulla memoria, che ha presentato le opere tratte dalle immagini concesse dal Museo Ducati; abbiamo presentato una mostra-convegno su Joseph Beuys invitando la Baronessa Lucrezia De Domizio Durini a parlarci della sua esperienza di vita a fianco del grande artista-sciamano tedesco e altre iniziative, sempre accolte dal pubblico con sincero entusiasmo, fino alla mostra in corso, Holy Eros di Mataro da Vergato, che affronta un tema quanto mai attuale quale quello dell’interferenza delle religioni nelle diverse sessualità.
Spero di riuscire a continuare su questo percorso offrendo sempre artisti di qualità, anche giovani, ma con opere che facciano pensare e discutere i visitatori della galleria.

Come giudica il messaggio indubbiamente provocatorio dell’artista nei confronti della religione?

Nelle opere proposte da Mataro da Vergato per la mostra “Holy Eros” il messaggio, a mio avviso, è quello di far capire che le regole che reggono i sistemi sociali, politici e religiosi, sono sempre dettate per regolamentare la vita pubblica e privata degli esseri umani. In particolare, le regole dettate dalle varie religioni, tendono a regolamentare la vita privata e “spirituale” degli esseri umani, al fine di poter indurre a determinate forme comportamentali anche nell’abito della loro vita pubblica. In particolare, le regole della religione Cattolica prescrivono che l’unico comportamento sessualmente ammesso è quello eterosessuale nell’ambito del matrimonio e al solo fine della procreazione. Ciò, a mio parere, al fine di preordinare i comportamenti delle persone per poter organizzare una società basata sui nuclei familiari con precisi bisogni quanto a servizi pubblici, bisogni di tipo alimentare, di tipo consumistico e culturale. Intendo dire, che, indipendentemente dalla specifica sfera privata di ciascuno di noi, le regole dettate dalla religione Cattolica conducono all’adozione di comportamenti privati che comunque creano un modello sociale sul quale innestare un certo tipo di controllo economico e politico.
Mataro da Vergato con queste opere mostra e dimostra che comunque le regole religiose hanno come destinatari gli esseri umani, innanzitutto nella loro forma corporea che accoglie temporalmente la loro vita terrena e la loro diversità, in particolare indica e sottolinea le diversità sessuali e ne chiede il rispetto e soprattutto la legittimazione anche di tipo politico e sociale per indurre ad assumere scelte di tipo legislativo che tengano conto della realtà e non solamente dei modelli voluti dalle regole religiose.


Cosa l’ha colpita maggiormente dell’esposizione? Quale opera ha suscitato maggiormente il Suo interesse?

Al di là del messaggio sociale contenuto nelle opere di Mataro, quello che mi ha maggiormente colpito è stato il gusto estetico dell’artista e la tecnica realizzativa: l’uso dell’immagine digitale, tecnica espressiva assolutamente contemporanea; la precisione con cui sono stati curati tutti i particolari, dalle immagini fotografiche dei corpi realizzate giocando sui colori e sulle luci, come se l’artista avesse creato una sua personale collezione di “pietre preziose” utilizzate poi per la creazione di “gioielli” dell’arte sacra; l’esecuzione dei disegni degli oggetti, frutto della pura fantasia dell’artista e non copiati da oggetti reali, ma perfettamente simili a quelli che si possono ammirare nei musei delle grandi e ricche cattedrali ed infine il “tocco” magistrale delle colate di resina che ricoprono e racchiudono le immagini e le rendono intangibili, come intangibili e immutabili sono i simboli religiosi.

Qual è la motivazione che vi ha spinto a non illustrare con alcun riferimento informativo ogni opera durante l’esposizione?

Mi sembrava ridondante affiancare le opere con didascalie, che comunque ne avrebbero condizionato la lettura e l’interpretazione da parte del pubblico. In fondo poi, la tipologia e i significati degli oggetti raffigurati sono ampiamente noti e, a mio avviso, non sarebbe stato di nessun ulteriore aiuto leggere delle pure indicazioni di natura appunto soltanto didascalica. Credo che sia importante avere anche rispetto dell’intelligenza del pubblico e non è sempre necessario imporre una propria interpretazione, ma lasciare invece una libera fruizione consente di cogliere anche dai commenti e dalle domande dei visitatori nuovi spunti di riflessione e angoli di osservazione diversi che portano a significati che magari non erano stati colti neanche dall’artista stesso che ha creato le opere.
In galleria è comunque disponibile il catalogo in consultazione durante la visita e grazie alla presentazione del curatore Alberto Mattia Martini e allo scritto dell’artista Mataro da Vergato è possibile una visita “guidata” e approfondita della mostra.


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