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60 battiti. Compagnia della Quarta. Aritmia lavorativa

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60 battiti. Compagnia della QuartaDal 10 al 13 gennaio, la Compagnia della Quarta ha portato in scena,  in prima nazionale, presso il Teatro delle Moline di  Bologna, lo spettacolo teatrale "60 battiti". Gli attori, diretti dalla regia di Mario Coccetti, mettono in scena stati d'animo ed emozioni coreografiche ispirate al difficile momento che sta attraversando il mercato del lavoro nel contesto della crisi economica. Uno spettacolo capace di risvegliare ed agitare gli animi, che mette a nudo quella che è una scioccante verità della società odierna: il precariato e l'assenza di occupazione.


Quanta importanza ricopre il lavoro nella nostra vita? Oserei dire che è fondamentale: l'occupazione regola i nostri ritmi giornalieri, i nostri impegni ed anche la capacità che abbiamo di credere in noi stessi e nelle nostre capacità. Questo concetto è paragonabile ad un cuore, che batte regolarmente 60 battiti al minuto in condizioni di stabilità emotiva e fisica.
Il titolo dello spettacolo "60 battiti" della Compagnia della Quarta, tenutosi in prima nazionale a Bologna, presso il Teatro delle Moline, dal 10 al 13 gennaio, mette in collegamento proprio lavoro e cuore, dimostrando quanto la presenza di un'attività professionale possa essere vitale per il nostro equilibrio fisico e psicologico.

Ci sono 4 personaggi già in attesa, tre uomini e una donna, seduti su una sedia, mentre il pubblico entra nel teatro e si siede per assistere allo spettacolo. Ognuno di loro ha un'espressione diversa sul volto, appare intento a fare qualcosa, anche solo a guardare il soffitto, dondola agitato una gamba, cambia posizione, osserva gli altri incuriosito e critico, con atteggiamento competitivo.
Sono tutti vestiti con gli stessi colori, blu per le magliette e nero per i pantaloni. A piedi nudi. Segno che sono tutti sulla stessa barca, squattrinati e senza lavoro. Eppure qualche particolare nell'abbigliamento li distingue l'uno dall'altro, una tasca in più o una manica in meno. Simbolo dell'individualità che li differenzia.

Il pubblico forse si aspettava uno spettacolo teatrale "normale", composto da azioni e parole. Ebbene, questo non è uno tra quelli. La rappresentazione dei significati viene infatti affidata al linguaggio del corpo, escludendo totalmente le parole.
I quattro attori - Patrizia Proclivi, Simone Maurizzi, Emiliano Minoccheri, Fabrizio Molducci - accompagnati da musiche assolutamente eloquenti, cercano una possibilità di assunzione volteggiando nella stanza in movimenti coreografici che non possono essere definiti "danza". Si toccano, si spingono, frugano nelle tasche vuote, si alternano in performance singole, mostrano fogli di carta come fossero curriculum o application form che puntualmente appollottolano e buttano alle spalle in segno di rinuncia o fallimento, creano barriere umane per impedire al singolo di mettersi in mostra, instaurando alleanze strategiche che prima o poi, forse, serviranno a dare spazio anche a loro. Il movimento coreografico è quindi esclusivamente finalizzato all'interazione dei loro corpi.
E' uno spettacolo nel quale predomina la "fisicità", ma non è questo che mi stupisce dal momento che si tratta di una caratteristica predominante del teatro italiano: quello che mi tocca da dentro è il modo col quale il corpo, senza parola alcuna, esprime un disagio, un pathos esistenziale, il volto con le sue espressioni e il suo sguardo cerca nel nulla o tra le luci un appiglio di speranza, una possibilità di rivalsa, un'occasione di espressione delle proprie capacità.
E se la parola non conta, in compenso i suoni che accompagnano la mimica degli interpreti creano tensione nell'aria e nello spettatore: prima uno sbattere di porte in un ufficio, poi una penna che scrive, annotando forse qualcosa sull'ennesimo candidato. Tipici rumori che solo chi attende un colloquio in una sala d'attesa può notare e che diventa un eco tormentoso nella mente dei candidati in attesa di essere valutati.

Un modo teatrale che non solo dimostra la condizione del precario in questa epoca in cui si viene privati di un'occupazione, ma anche la condizione alla quale tutto questo conduce: la rinuncia, la perdita di fiducia, l'aritmia tesa e rassegnata di una vita che senza lavoro diventa sopravvivenza, competizione serrata, lotta continua.

Ritengo sia molto più semplice rappresentare un disagio attraverso le arti visive: i colori, le pennellate, oppure uno scatto fotografico mirato, possono darci un'istantanea fissa e immutabile di una situazione.
Ma col teatro, senza parole poi, è tutta un'altra faccenda: ci vuole audacia, dinamicità, capacità di espressione e senso dello spazio, per esprimere ciò che non sempre si vede, per superare le barriere fisiche e psicologiche che spesso, nel contatto diretto, lo spettatore innalza.
Mario Coccetti e gli artisti della Compagnia della Quarta protagonisti dello spettacolo ci sono riusciti.


Un ringraziamento ed un complimento doverosi al regista Mario Coccetti, agli attori dello spettacolo (Patrizia Proclivi, Simone Maurizzi, Emiliano Minoccheri, Fabrizio Molducci), e poi all'ufficio stampa Pepita Promoters, in particolare a Rossella Gibellini.

 

 

Immagine: foto Giacomo Citro

 

 

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